Il primario f. f. del reparto di Anatomopatologia del San Filippo Neri di Roma, spiega l’evoluzione della figura dell’anatomopatologo all’interno dell’èquipe ospedaliera
La figura dell’Anatomopatologo è legata nell’immaginario collettivo all’autopsia, ovvero ad un esame medico del corpo e dei relativi organi della persona dopo la morte per stabilirne le cause, le modalità ed eventualmente i mezzi che l’hanno prodotta. In realtà tale figura è molto più ampia e complessa.
È infatti grazie all’autopsia che si è in grado di individuare le alterazioni prodotte dalla malattia sui vari organi ed a spiegarne così la sintomatologia e le connessioni tra i diversi apparati, ed è soprattutto grazie ad essa che si è arrivati alle conoscenze della medicina attuale.
Nello specifico l’Anatomia Patologica è una branca specialistica della medicina che studia le malattie umane mediante esame macroscopico degli organi o microscopico dei tessuti e delle cellule. Il suo fondatore è considerato, in età moderna, il medico forlivese Giovan Battista Morgagni. A spiegarci l’evoluzione, negli anni della figura dell’anatomopatologo è il professor Luigi Coppola, Primario f.f. del reparto di Anatomia Patologia dell’ospedale San Filippo Neri di Roma.
“Il ruolo dell’anatomopatologo – spiega – è cambiata totalmente degli ultimi anni, diventando il cuore pulsante dell’attività ospedaliera. In ambito clinico l’Anatomia Patologica svolge un ruolo fondamentale per la pianificazione di eventuali terapie mediche o chirurgiche fornendo diagnosi su tessuti o cellule prelevate da pazienti in cui si sospetta una malattia. L’indagine anatomopatologica permette di distinguere tra tessuti normali, infiammazione, tumori benigni e maligni. Praticamente ogni organo o tessuto umano che sia stato prelevato durante un intervento chirurgico viene sottoposto ad indagine anatomopatologica. Il nostro lavoro – continua il professor Coppola – è prevalentemente, ma non in assoluto, legato ad una indagine di tipo oncologico.
Il nostro compito è quello di fare un quadro definitivo della malattia, come ad esempio esaminare se un tumore sia limitato in una zona oppure abbia creato delle metastasi a distanza. Quella che viene definita la “stadiazione” del tumore ovvero in che stadio si trova la neoplasia (incontrollata riproduzione di alcune cellule dell’organismo, che smettono di rispondere ai meccanismi fisiologici di controllo cellulare a seguito di danni al loro patrimonio genetico ndr) dopo un intervento chirurgico. Uno dei fattori che ormai ha modificato radicalmente il ruolo è quindi quello di fornire informazioni agli oncologi su come la neoplasia si comporterà.
Questi dati che forniamo, sono necessari per determinare il tipo di terapia da seguire, a seconda di come il cancro sia più o meno aggressivo. Sempre di più, inoltre, l’Anatomia patologica ha un ruolo centrale nella gestione del paziente. Molte persone pensano che l’anatomopatologo si occupi solo dell’autopsia, ovvero che si interessi solo di situazioni in cui la medicina non può più intervenire. Al contrario l’anatomopatologo entra attivamente in quell’equipe medica che gestisce la diagnosi e la terapia. Qualche anno fa ad esempio non gestivamo direttamente i pazienti mentre attualmente interveniamo attraverso programmi di screeneng, come nella prevenzione del tumore alla mammella.
L’evoluzione dell’anatomopatologo – conclude Coppola- è legata ad una maggiore conoscenza delle informazioni ma è anche conseguenza dei cambiamenti storico culturali. L’Anatomia Patologica muterà ulteriormente nei prossimi anni. Da una diagnostica microscopica, infatti, si sta passando ad una diagnostica molecolare, ovvero lo studio del DNA, dal quale saremo in grado di ottenere ancora più informazioni.







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