Bullismo, una patologia relazionale

BullismoNe parla Riccardo Lancellotti, dirigente scolastico e psicologo

Il termine bullismo non indica qualsiasi comportamento aggressivo nei confronti di uno o più compagni di scuola, ma precisamente, secondo la definizione di Anna C. Baldry, “un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli”. Perché si possa parlare di bullismo, dunque, sono necessari due elementi: l’asimmetria del rapporto e la reiterazione nel tempo dei comportamenti vessatori.

La debolezza della vittima può dipendere da vari fattori: caratteristiche personali (timidezza, presenza di una disabilità) o socioculturali (ad esempio appartenenza a una minoranza etnica), mentre i comportamenti che si configurano come manifestazioni di bullismo possono consistere in offese, minacce, esclusione dal gruppo, appropriazione indebita di oggetti della vittima, oppure in vere e proprie aggressioni fisiche, come picchiare o costringere a fare qualcosa contro la propria volontà.

Le variabili legate al sesso e all’età
I bulli sono prevalentemente di sesso maschile, ma anche le femmine assumono questo ruolo, che si manifesta però con modalità diverse.
Nei maschi, infatti, il bullismo si manifesta per lo più attraverso la violenza fisica, mentre nelle femmine prevale la violenza psicologica (maldicenza, esclusione dal gruppo, ecc.). Negli ultimi anni, però, sono in aumento i casi in cui il bullismo “al femminile” si manifesta con aggressioni fisiche, come nei maschi.
Interessante è anche il rapporto tra il bullismo e l’età: il fenomeno appare più diffuso nell’età della scuola elementare, mentre nella scuola media tende a diminuire. Non è chiaro, però, se questo corrisponde a una effettiva diminuzione degli episodi, oppure se a diminuire sono soltanto le denunce da parte delle vittime.

Ruoli complementari
Bullo e vittima costituiscono due ruoli complementari, destinati a generare un circolo vizioso. Secondo Ada Fonzi, entrambi sono accomunati da una piattaforma disadattativa, anche se di diversa matrice (un disturbo della condotta per i bulli e sentimenti di ansia per le vittime). I bulli hanno spesso alle spalle un’educazione o troppo autoritaria, o troppo permissiva, oppure provengono da famiglie in cui regnano violenza e sopraffazione. Le vittime, invece, provengono spesso da famiglie iperprotettive.
Ancora, il bullo è dotato della capacità di manipolare e strumentalizzare gli altri ma, secondo Olweus, mostra scarsa empatia nei confronti della vittima (ovvero non riesce a condividere gli stati emotivi di questa).

Un fenomeno di gruppo
Il bullismo è un fenomeno sistemico, perché necessita di un contesto sociale nel quale crescere ed alimentarsi: per questo la scuola rappresenta il suo ambiente elettivo.
Il bullo, infatti, è tale perché gli atri membri del gruppo gli riconoscono questo ruolo e, purtroppo, lo rinforzano, mostrando un atteggiamento positivo nei confronti delle prevaricazioni e dell’aggressività.
La vittima, invece, è spesso isolata, e priva di una rete di amici a cui chiedere aiuto. I testimoni spesso non intervengono per paura e non denunciano il fatto ai docenti per non passare per spie.
Questi atteggiamenti del gruppo hanno l’effetto di cristallizzare i ruoli di bullo e di vittima: il primo sempre più prigioniero della sua immagine di leader negativo, unica modalità attraverso la quale è riconosciuto dagli altri e di conseguenza da se stesso; il secondo sempre più isolato e convinto che se gli altri ce l’hanno con lui ci deve essere in lui qualcosa che non va (autocolpevolizzazione).

Il ruolo degli adulti
Il ruolo degli adulti è fondamentale per spezzare il circolo vizioso in cui bulli e vittime sono caduti.
Il bullismo, abbiamo detto, è una patologia relazionale che, per verificarsi, ha bisogno di un gruppo. È dunque sul gruppo che si deve intervenire.
Tra le strategie che possono essere attivate a scuola è utile l’intervento di uno psicologo che possa attivare tecniche relazionali di gestione dei gruppi, attivare uno sportello d’ascolto al quale gli alunni possano ricorrere, aiutare i docenti a gestire i conflitti e a riflettere sulle proprie modalità di reazione agli eventi che si verificano nel rapporto con gli alunni.
È anche fondamentale sviluppare il comportamento prosociale.
Infine, se la scuola è il teatro del bullismo, è anche la sua terapia in quanto, come nota Bacchini, la permanenza nel circuito scolastico protegge dall’antisocialità e dalla delinquenza.

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