Compagnucci, il medico di una città

Dottor Valerio CompagnucciHa assistito alla trasformazione della medicina negli ultimi 65 anni. Periodo in cui la sua missione l’ha professata tutta a Guidonia Montecelio. L’evoluzione della scienza medica, delle terapie, della farmacologia ha conosciuto cambiamenti epocali.

Valeriano Compagnucci ne è la testimonianza. Ha appena festeggiato i novanta anni. Si è laureato nell’aprile del 1946, nell’autunno vince un concorso agli Ospedali Riuniti di Roma dove il primo anno lavora nel reparto Medicina, il secondo a Chirurgia. Nel febbraio del 1949 entra come ufficiale medico all’aeroporto militare Barbieri di Guidonia Montecelio.

Non ha ancora trent’anni, pieno passione per la sua professione, non ci mette molto a entrare nella fiducia delle famiglie del piccolo Comune che ad inizio anni Cinquanta conta poco meno di 20 mila abitanti.

Ha visto crescere la città e buona parte delle persone che negli anni sono arrivate, tanto dal trasformare il centro urbano, oggi, in una vera e propria città da 100 mila abitanti. Sono gli anni in cui Guidonia cresce a vista d’occhio. “Il dottor Compagnucci” è il riferimento di ogni famiglia.

Diventa ben presto un’autorità, una persona di massima fiducia, il confessore più importante di colui che ti assolve dai peccati perché la sua redenzione è in questo mondo: la guarigione. A Guidonia di medico c’è lui e il medico condotto. Attraverso le famiglie dell’Aeronautica cresce il numero dei pazienti e quel medico giovane, pieno di disponibilità che da Roma arriva in lambretta, apre un piccolo ambulatorio a Montecelio convenzionato con l’Enpas.

In pochi anni diventa il medico di tutti. Si congeda dall’Aeronautica e tutti i giorni è nelle case di Montecelio e in quelle sempre nuove che sono costruite a via Roma, nella nascente Villalba.

È il 1960, ha smesso la vecchia moto, ora è sposato e padre di due figlie, con la sua Cinquecento tutti i giorni, nel primo pomeriggio, visita a domicilio. Ovunque. È un medico privato, ma spesso tra quelle famiglie arrivate nel centro urbano da una tradizione rurale il suo onorario si traduce in cesti di mele o patate. Condizione sociale vuole che le tabelle mediche della prestazione vadano a sensibilità del ceto sociale visitato. Un’attività febbrile per cui gli capita anche di finire all’una di notte.

Sono anni in cui il medico è passato dal famoso “dica trentatre”, dalla percezione al tatto di presenze o gonfiori, alla lettura della diagnostica per immagini. La presa d’atto dei valori come unico indicatore delle effettive condizioni. Nulla è affidato al caso, oggi. In quegli anni che ora gli appaiono come Medio Evo, tutto era lasciato alla perspicacia clinica del medico, alla sua capacità di comprendere, capire, mettere insieme le poche tracce e fare una diagnosi.

Dottor Compagnucci, lei ha assistito alla modificazione radicale della professione del medico. Quali sono i cambiamenti più grandi che vede da ieri ad oggi?
Più che di cambiamenti si dovrebbe parlare di una professione che tra ieri e oggi, non ha nesso. Il medico oggi guarda dei referti. Nei casi in cui è medico di famiglia dell’Asl, neanche visita il paziente. Mi dicono che, per pratica, sono assegnati farmaci per telefono sulla sintomatologia dichiarata dal paziente. Tutto questo quando ho iniziato a lavorare io era semplicemente impensabile. Oggi il medico è il funzionario dell’applicazione di una tecnica dove si applicano protocolli secondo le diverse risultanze delle analisi.

Cosa ha perso la medicina con l’avvento della tecnologia?
Non intendo passare per un vecchio brontolone che vagheggia i suoi tempi. Oggi abbiamo un livello di precisione che migliora di anno in anno. La medicina può trarne solo vantaggio. Il medico però non deve dimenticare di avere un rapporto col paziente. Resta un requisito fondamentale il fatto che sia un autentico confessore. Il paziente al medico deve dire tutto, come un investigatore in un giallo, il medico deve avere ogni dettaglio della sintomatologia perché alcune cose apparentemente ininfluenti possono essere invece determinati a capire che il referto è diverso da quello stilato con un automatismo che non fa onore alla Medicina.

Guidonia è stata presa di mira da diverse campagne di informazione sulla mortalità dovuta al suo ambiente. Quali sono le sue risultanze di medico negli anni?
Ho sentito tante esagerazioni. Non possiamo parlare di endemia per questa città, ci si ammala, si guarisce e a volte tristemente si muore come in altre parti d’Italia, ma le crociate sull’ambiente che ho sentito qui le ho trovate molto esagerate. Gli unici allarmi condivisi come medico riguardano le cave, ma per gli infortuni veri e propri, e riguardano una realtà che fu di tanti anni fa. Un’altra caratteristica relativa alle cementerie invece attiene alle malattie polmonari, alle bronchiti per i piccoli, nei casi in cui le abitazioni erano nelle vicinanze degli stabilimenti. Altra casistica non l’ho mai riscontrata.

Eppure in alcune ricerche si è parlato di Guidonia per i casi di tumore dell’endometrio o di silicosi per i lavoratori delle cave di travertino…
Il primo un caso del tutto sopravvalutato e poco, molto poco, superiore alla media italiana. Per quanto riguarda la silicosi invece ci sono stati casi davanti un’evidente esposizione alle polveri di biossido di silicio, ma anche lì non drammatizzerei. Tanto è che non ha riguardato tutti i lavoratori delle cave ma solo una parte. Diversi invece i cinque casi di poliomielite che si registrarono a Guidonia, prima ancora che a Roma verso la metà degli anni Cinquanta. Lì ci fu da preoccuparsi. C’era il pericolo che il male si estendesse.

La Sanità è cambiata più di una volta in questo tratto di storia italiana. Secondo lei, dalla sua esperienza, qual è l’assetto migliore per garantire la salvaguardia della salute?
L’ho detto a più riprese a costo di diventare monotono. Lo dico ancora, anche se oramai è inutile. Non sarà mai realizzato, ma servirebbe un ospedale a Guidonia, in asse tiburtino. Impensabile che in un bacino d’utenza così grande quale è diventata questa porzione di città metropolitana non ci sia un grande ospedale attrezzato che sostituisca tutti i piccoli ospedali ancora presenti. Non voglio apparire antico. So perfettamente che oramai con tutti questi tagli alla sanità operati dalla Polverini l’ospedale a Guidonia non arriverà mai.

Se da medico diventasse amministratore della sanità da cosa comincerebbe?
Ma io sono stato in un certo modo anche amministratore della cosa pubblica nella gestione della sanità.

Ah sì? E quando? Con quale ruolo?
Fui assessore alla Sanità ai tempi in cui ci fu Anna Rosa Cavallo sindaco, fine anni Settanta. Fui indicato dal Pri.

Che tipo di esperienza è stata? Quali sono stati i risultati?
Portai a Guidonia nelle strutture del Comune un equipe psico pedagogica. Con me fu inserita la figura dell’assistente sociale che prima non c’era. E poi la mia attenzione come medico oltre che come amministratore pubblico fu rivolta alle malattie dell’infanzia.

Cosa aggiungerebbe oggi ai modi con i quali si esercita la professione del medico?
L’anamnesi. Oggi troppo spavaldamente viene bypassata. La tecnologia non può dare tutte le risposte.

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