Lazio, quando il deficit fa ammalare

Luciano CiocchettiSindaci, dirigenti sanitari, addetti alla politica sociale preoccupati per gli effetti della politica dei tagli

“Come può cambiare la sanità nel Lazio: ospedali chiusi o riconvertiti. C’è una terza via?” Se lo chiedono gli stessi amministratori della Regione Lazio nel convegno organizzato a Roma al palazzo dei congressi de l’Eur il 15 giugno. La formulazione della domanda retorica implica una risposta suggerita dall’ennesima domanda.

Obiettivo dell’incontro è quello di mettere sotto la lente di ingrandimento le linee del piano di riordino ospedaliero e di trovare una linea mediana di intervento che tenga conto delle esigenze finanziarie e di quelle del territorio.

Il piano del rientro sul deficit sanitario ha chiaramente creato problemi agli amministratori locali che chiedono conto alla giunta regionale se tanto sacrificio in termini elettorali oltre che di servizi effettivi corrisponda all’unica soluzione possibile per l’organizzazione sulla cura e prevenzione della salute.

Il problema per gli amministratori della Sanità nel Lazio è uscire dal commissariamento. L’ha detto a chiare lettere il vice presidente Luciano Ciocchetti: “Siamo al dieci per cento del turn over. Questo significa che il personale che va in pensione non è mediamente sostituito.

Tutti protestano ma sappiamo che questa condizione è dettata dalla legge. La colpa non è nostra di questo stato di cose ma del governo nazionale che si muove a trazione della Lega. Nel Lazio invece di dividerci dovremmo unirci per evitare questa transumanza di nostri ammalati in altre regioni”. Ciocchetti risponde alla domanda centra sugli ospedali che chiudono: “Non sono considerati tali dal Ministero della Salute. La Sanità è cambiata e bisogna rivolgersi in ospedale solo per patologie complesse”.

Sulla stretta finanziaria riguardante la Sanità del Lazio interviene anche Domenico Gramazio, vicepresidente vicario commissione sanità senato. “Si fa gran confusione additando buoni e cattivi in questa logica di tagli – ha detto il senatore Pdl – Non riusciamo a vedere che molte delle realtà accreditate sono in effetti pubbliche perché lavorano nell’ambito del convenzionato col pubblico ed hanno livelli di efficienza molto maggiore. Quando pensiamo ai tagli dobbiamo anche ricordare che in un’azienda sanitaria molto spesso il 70% è diretta agli stipendi del personale, quindi margine per risparmiare ce n’è ben poco. Vogliamo dare un’indicazione? Ebbene, le case farmaceutiche guadagnano troppo”.

Dirompente l’intervento del presidente dell’ordine dei medici. “Chiunque governi deve inserire dei criteri di meritocrazia – ha detto il rappresentante dei medici – Io faccio il medico da quaranta anni e nessuno è mai venuto a verificare il mio lavoro. E poi bisogna parlar chiaro anche ai medici, controllare le loro prescrizioni. Il deficit di dodici miliardi è dovuto dal fatto che i medici hanno paura di fare i medici e prescrivono analisi e medicine inutili, solo per assecondare il paziente e per timore di denunce. Detto questo però ritengo non aver senso operare tagli in questo modo. Un’amministrazione di settore si espone un po’ di più sul piano economico ma inizia un nuovo modello di gestione. Non hanno senso questi risparmi come si fosse in ambito di economia domestica”. Tra i presenti anche Nazareno Brizioli, direttore generale Asl RmG.

Fonte propria

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