Negli Stati Uniti cresce la diffidenza delle amministrazioni sanitarie verso il tabagismo di chi si occupa della salute degli altri
Il caso che già fa discutere negli States, come ultimo effetto della crociata iniziata tanti anni fa che meritò la famosa battuta di Woody Allen che pressappoco disse: Non vorrei svegliarmi tra qualche anno e gli stessi scienziati mi diranno che fumare le sigarette fa bene ed è terapeutico contro l’infarto.
La crociata contro il fumo di sigarette nei locali, nei luoghi di lavoro, anche negli spazi aperti, continua. Già i medici negli States sono nel mirino laddove vengano sorpresi con sostanze dopanti o che alterino lo stato di consapevolezza naturalmente determinata. Nel senso non sono ammesse neanche giustificazioni di medici che attribuiscano il ricorso a farmaci eccitanti per resistere ai livelli di stress molto alti.
Data la tendenza, per cui come uno tsunami le grandi ondate moraleggianti partono dallo Stato a stelle e strisce per arrivare da noi dopo un po’, è giusto interrogarsi se il medico fumatore debba esser considerato meno affidabile di un medico non fumatore.
Perché poi?
Perché un medico dovrebbe praticare quel che predica ai suoi pazienti. Non farlo significherebbe una scarsa considerazione di sé stesso, un basso livello di autostima per cui sarebbe preferibile un altro medico con un livello di considerazione del proprio Sé più alto.
D’altro canto la sigaretta può tradursi in un momento liberatorio importante, per chi ha questa cattiva abitudine – migliore però di un comportamento lesivo, aggressivo, insofferente, molesto da parte di chi nell’impossibilità di accedere a uno stile ma gestuale abituale potrebbe trovare danni ancora peggiori. E poi un medico, come sua deformazione professionale, potrebbe avere scarsa considerazione della propria salute ma tenere in forte considerazione quella dei suoi pazienti.
I pareri, ovviamente, discordi.
Fonte: Corriere della Sera








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