Il 13 luglio, rinasce Harry Potter, ma è l’ultima
Potrebbe essere scambiato per un ribaltamento di valori etico-scientifici, i doni della morte che è uscito nelle sale italiane ribalta i termini comunemente intesi per ciò che è considerata universalmente come l’inquietante fine delle cose finite.
E in tal senso la lezione di Harry Potter aggiunge qualcosa non solo alla letteratura, alla ricerca di consolazioni raffigurative, ma anche alla necessità di percepire la morte come immanentemente presente nelle cose di tutti i giorni. Il suo essere presente, l’avvertirla come possibilità, è un regalo che fa per rendere partecipi del vero senso, insostituibile, della vita.
In quest’ultima metà del settimo episodio nella saga del piccolo mago, si entra fortemente nella presenza dell’Altro, indicibile tanto che è “Colui-che-non-deve-essere-nominato”, Lord Voldemort, il male assoluto, come qualcosa che fa parte integrante del bene assoluto: Harry Potter. Il piccolo mago non potrebbe essere il grande Salvatore che sacrifica sé stesso, se non avesse in sé il male assoluto.
Si configura in questo personaggio la fisionomia di una personalità bipolare. Una personalità richiama l’altra, ed entrambe sono all’interno di una delle due assolutamente prevalente e che determina i comportamenti nella grande maggioranza dei casi.
Ma per essere eroico, per combattere la parte oscura non si può non utilizzare la parte oscura di noi. La capacità speciale di Harry Potter consiste nell’averla messa fuori e utilizzata a suo servizio, in un certo modo dominata. Ed in questo, solo in questo consiste la sua vittoria.
Fonte propria
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