Cinque anni fa, una serie di 10 concerti organizzati per il 2 luglio 2005 nelle nazioni appartenenti al G8, ricordato come Live 8, aveva il nobile obiettivo di far pressione sui leader politici delle nazioni più ricche e potenti del mondo per cancellare il debito delle nazioni povere dell’Africa ed incrementare e migliorare gli aiuti verso di esse.
Tutto il mondo in quel giorno, pareva stringersi attorno l’Africa a suon di musica, come avvenne qualche anno prima, il 13 luglio del 1985 in occasione del Live Aid, primo concerto globale a scopo benefico organizzato per ricavare i fondi da destinare all’Etiopia, martoriata dalla carestia.
Oggi di quei due eventi, rimangono soltanto ricordi legati agli show che si generarono, piuttosto che alle motivazioni per i quali furono fatti.
Si ricorderanno tutti di aver visto per l’ultima volta insieme i Pink Floyd suonare ad Hyde Park nel 2005, oppure di come, l’istrionismo del leader dei Queen Freddie Mercury ha trascinato l’intero stadio di Wembley che ha battuto le mani a tempo su “Radio Ga Ga” e cantato, parola per parola, le canzoni “We Will Rock You” e “We Are the Champions” nel 1985.
Del messaggio umanitario a favore del continente più umiliato ed offeso nel corso della storia, nessuno se ne ricorda più, o se ne ricorda vagamente, passandolo sempre in secondo piano, rispetto a ciò che quei due show sono stati. Triste destino dell’Africa, quello che rischia anche dopo questi Mondiali? Finito lo show nessuno si ricorderà di lei e della sua gente? Il tempo ce lo dirà. Molti lo temono. Fino ad ora, i riflettori si sono accesi in molte occasioni su questo continente, gran parte di queste sportive (l’incontro di pugilato Foreman – Muhammad Alì del 1974 a Kinshasa, il mondiale di Rugby tenutosi sempre in Sudafrica nel 1995 e vinto dai mitici “Springboks”, immortalati nel film di Clint Eastwood, “Invictus”), ma anche occasioni storiche, come la scarcerazione di Mandela nel Febbraio del 1990, e il premio Nobel per la Pace assegnatogli nel 1993.
Poi l’Africa è tornata nell’oblio, travolta da fame, povertà, guerre, Aids ed analfabetismo. Lungi dal pensare, che un mondiale di calcio possa cambiare il suo futuro, la speranza è che nessuno si dimentichi nuovamente dell’Africa. Questo evento di coppa del mondo ha fatto conoscere molte realtà difficili, ma ha dato l’esempio di come sia grande la voglia di questo continente di essere protagonista.
Il futuro resta un’incognita, ma l’Africa vuole crederci. Ci ha creduto a questi Mondiali, ora punta alle Olimpiadi del 2020 con Durban e punta ad un rilancio economico sociale, ad un riscatto che merita. Di questi mondiali, si spera che rimanga non solo il ricordo dell’infallibile “Polpo Paul”, delle vuvuzelas e del “Waka Waka” di Shakira, della delusione dell’Italia e dell’Argentina di Maradona, dell’invasore di campo pro-Cassano Mario Ferri da Montesilvano, dell’ammutinamento della nazionale francese e della gioia immensa della Spagna diventata campione per la sua prima volta.
L’immagine che deve rimanere è quella dell’entrata sorridente e a sorpresa di Nelson Mandela nello stadio di Johannesburg prima della finalissima, delle due fantastiche e gioiose cerimonie di apertura e chiusura, e del loro sfavillio di musica, suoni e colori, della gioia e della dignità dei Sudafricani, uniti ed orgogliosi ma soprattutto certi di essere vettore per un continente intero in cerca di un suo ruolo nel mondo che verrà.







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